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La mia prima volta di IT di Antonio Granone

Il primo impatto con un libro di oltre mille pagine mette soggezione, è inevitabile, ma fortunatamente, sia che si tratti di attrazione o di repulsione, lo si capisce quasi sempre già dalle prime pagine. Senza accorgercene ci catturano e ci trattengono come un magnete, oppure al contrario risultano ostiche, ingarbugliate e poco scorrevoli, come ad implorarci di rimettere il tomo in questione sullo scaffale dal quale l’avevamo preso.

 

Nel mio caso quello con IT fu subito un impatto positivo: fui catturato molto presto, e senza alcuna possibilità di fuga. Certamente io volevo veder sconfitto il mostro che aveva fatto del male a un piccolo fanciullo indifeso ma, per strano che possa sembrare leggendo un autore come Stephen King, non furono i capitoli più truculenti e fantastici a catturarmi, bensì gli struggenti passaggi introspettivi, le vicende umane dei protagonisti bambini e poi le loro vite una volta divenuti adulti. E tuttavia c’era anche qualcosa in più, qualcosa che non ritrovavo in altri suoi libri, o almeno non in un modo tanto evidente per me: c’era la sensazione di qualcosa che andava oltre la semplice narrazione, c’era la sensazione di storia vissuta.

Soltanto molti anni dopo, nel capitolo autobiografico di “On Writing”, lo Zio Stevie ha rivelato quanto ci fosse di reale in alcune delle descrizioni delle zone presenti in IT. L’enorme statua di Paul Bunyan, con la sua grande scure, le incolte e scoscese zone piene di vegetazione selvatica di Bangor, che hanno ispirato i “Barren”, provengono direttamente della sua vita e dalle sue esperienze d’infanzia. Ma io sospetto che sia presente una notevole quantità di vissuto personale anche nei passaggi più intimisti del ritorno a Derry dei ragazzi ormai divenuti adulti. Nella nostalgia e nell’immediato potere evocativo di certi luoghi, per quanto mutati nel tempo, si avverte un ché di vivido, che accomuna tutti noi quando ritorniamo a vedere luoghi legati alla nostra infanzia, non importa quanti anni siano trascorsi.

Ricordi della lettura e sensazioni del mio vissuto personale si mescolano spesso in IT. Quei bambini dalle vite difficili, oggi diremmo soggetti a rischio di bullismo, che King riesce a rendere immediatamente simpatici, ci aiutano con le loro umane paure, debolezze, e insicurezze, a sentirli simili a noi in un modo o in un altro. Le loro peculiarità sono comuni. Uno è timido e grassoccio, un occhialuto, un balbuziente, un bimbetto gracile e asmatico, un nero, un ebreo, una ragazzina carina ma con una famiglia problematica alle spalle: questi sono gli eroi del romanzo. E la loro vittoria esemplifica l’arduo cammino verso la consapevolezza di sé, il faticoso superamento degli ostacoli che la vita pone dinanzi a chiunque. Ecco perché è così facile identificarsi in questi ragazzini prima, e in questi uomini e questa donna poi. Alzi la mano chi non ha avuto esperienza con un piccolo difetto, fisico o meno, che ha rischiato di renderlo ridicolo, oppure bersaglio dei bulli. Personalmente io ne contavo ben quattro tutti assieme: ero timidissimo e gracile, anche se non ero né grasso né asmatico, balbettavo un po’ e portavo gli occhiali, ....meno male non c’erano palloncini che volavano controvento dalle mie parti!

Antonio Granone